Introduzione: NASpI, lavoro e tutela dei diritti dei lavoratori
Perdere il lavoro è uno degli eventi più delicati nella vita di una persona, non solo dal punto di vista economico, ma anche psicologico e familiare. In questi momenti, l’indennità di disoccupazione NASpI rappresenta uno strumento fondamentale di tutela, pensato per garantire un sostegno al reddito durante la fase di transizione verso una nuova occupazione.
Tuttavia, non sempre l’accesso alla NASpI è automatico o privo di ostacoli. Molti lavoratori si trovano a fare i conti con dinieghi dell’INPS, revoche, richieste di restituzione delle somme percepite o vere e proprie controversie amministrative e giudiziarie. In molti casi, il problema non è l’assenza dei requisiti, ma una interpretazione restrittiva o errata della normativa, oppure una gestione amministrativa che non tiene conto delle reali condizioni del lavoratore.
Ed è proprio qui che entra in gioco il ruolo dell’avvocato esperto in diritto del lavoro e previdenziale: una figura professionale in grado di trasformare una situazione di incertezza e disagio economico in una strategia di tutela concreta, fondata su norme, giurisprudenza e prassi amministrativa.
Questo articolo non si limita a spiegare quando spetta la NASpI, ma ti aiuta a capire:
- se hai realmente diritto all’indennità di disoccupazione;
- quando l’INPS sbaglia e come difenderti;
- quando è il momento giusto per una consulenza legale mirata;
- come evitare errori che possono compromettere i tuoi diritti
Se stai vivendo una situazione di perdita del lavoro o di conflitto con l’INPS, queste informazioni possono fare la differenza tra rinunciare a un tuo diritto o farlo valere con successo.
🟧 Cos’è la NASpI e qual è la sua funzione nel sistema di tutela del lavoro
La NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) è l’indennità di disoccupazione introdotta dal D.Lgs. n. 22/2015, nell’ambito del Jobs Act, con l’obiettivo di unificare e razionalizzare le precedenti forme di sostegno al reddito.
La sua funzione è duplice:
- Garantire un sostegno economico temporaneo ai lavoratori che perdono involontariamente il lavoro;
- Favorire il reinserimento nel mercato del lavoro, attraverso obblighi di attivazione e politiche attive.
Dal punto di vista giuridico, la NASpI si colloca all’interno del sistema di protezione sociale del lavoro subordinato, in linea con i principi costituzionali di cui all’art. 38 Cost., che tutela i lavoratori in caso di disoccupazione involontaria.
🎯 Quando si ha diritto all’assegno di disoccupazione NASpI
Capire quando si ha diritto alla NASpI significa comprendere non solo i requisiti formali previsti dalla legge, ma anche come questi vengono interpretati e applicati dall’INPS. Ed è proprio in questo spazio di interpretazione che nascono la maggior parte delle controversie.
Il presupposto chiave: la disoccupazione involontaria
Il primo requisito essenziale è lo stato di disoccupazione involontaria. In termini giuridici, ciò significa che la cessazione del rapporto di lavoro non deve dipendere da una scelta libera e volontaria del lavoratore.
Secondo l’impianto normativo del D.Lgs. n. 22/2015 e i principi generali del diritto del lavoro:
- rientrano nella disoccupazione involontaria i licenziamenti, anche disciplinari;
- rientra la scadenza naturale di un contratto a termine;
- rientrano alcune ipotesi di dimissioni per giusta causa.
L’INPS, tuttavia, tende spesso a semplificare eccessivamente, classificando come “volontarie” situazioni che, dal punto di vista giuridico, non lo sono affatto. È qui che una consulenza legale preventiva o successiva diventa decisiva.
I requisiti contributivi: attenzione agli errori INPS
Oltre allo stato di disoccupazione, è necessario:
- aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti l’inizio della disoccupazione;
- risultare regolarmente iscritto e assicurato presso l’INPS.
Molti rigetti NASpI derivano da:
- contributi non correttamente accreditati;
- errori del datore di lavoro;
- incongruenze tra buste paga e posizione contributiva.
👩⚖️ Un avvocato esperto in diritto del lavoro e previdenziale, spesso in collaborazione con un consulente del lavoro, è in grado di:
- verificare la posizione contributiva reale;
- individuare responsabilità datoriali;
- contestare il rigetto INPS in modo efficace.
👪 Chi ha diritto all’assegno di disoccupazione: lavoratori tutelati
Non tutti i lavoratori sono automaticamente esclusi o inclusi nella NASpI. La qualifica giuridica del rapporto di lavoro è uno degli aspetti più delicati e frequentemente contestati.
Lavoratori che hanno diritto alla NASpI
In linea generale, la NASpI spetta a:
- lavoratori subordinati del settore privato;
- lavoratori a tempo determinato e indeterminato;
- apprendisti;
- soci lavoratori di cooperative;
- lavoratori somministrati;
- personale artistico con contratto subordinato.
Sono invece esclusi:
- i dipendenti pubblici a tempo indeterminato;
- gli operai agricoli (che rientrano in una disciplina diversa);
- i lavoratori autonomi e parasubordinati (salvo specifiche misure alternative).
Questa apparente chiarezza, però, si scontra con una realtà molto più complessa: rapporti formalmente autonomi ma sostanzialmente subordinati, contratti irregolari, false partite IVA, collaborazioni mascherate.
Quando l’INPS nega la NASpI per errata qualificazione del rapporto
Una delle cause più frequenti di diniego NASpI è l’affermazione dell’INPS secondo cui il lavoratore:
- non sarebbe stato subordinato;
- rientrerebbe in una categoria esclusa;
- non avrebbe un rapporto assicurabile.
In questi casi, il riferimento giuridico è l’art. 2094 c.c., che definisce il lavoratore subordinato sulla base di eterodirezione, continuità e inserimento nell’organizzazione aziendale, indipendentemente dal nome del contratto.
👩⚖️ Un avvocato esperto in diritto del lavoro e previdenziale può:
- riqualificare il rapporto;
- dimostrare la natura subordinata;
- far valere il diritto alla NASpI anche contro il parere dell’INPS.
🔒 Quando un licenziamento non dà diritto alla NASpI
Uno dei temi più fraintesi riguarda i casi in cui il licenziamento non dà diritto alla NASpI. La disinformazione è diffusa e spesso penalizza ingiustamente il lavoratore.
Licenziamenti che danno diritto alla NASpI (anche se molti pensano il contrario)
È fondamentale chiarire che:
- il licenziamento disciplinare dà diritto alla NASpI;
- il licenziamento per giusta causa ex art. 2119 c.c. dà diritto alla NASpI;
- il licenziamento per giustificato motivo oggettivo dà diritto alla NASpI.
La natura “punitiva” del licenziamento non esclude affatto la tutela previdenziale.
I casi in cui la NASpI può essere negata dopo un licenziamento
La NASpI può non spettare quando:
- il rapporto si risolve per risoluzione consensuale non protetta;
- il lavoratore accetta un accordo di uscita senza le garanzie di legge;
- il recesso avviene durante il periodo di prova ed è qualificato come volontario;
- non vi è una reale cessazione del rapporto (es. reintegra).
In molti di questi casi, l’INPS adotta interpretazioni automatiche, senza valutare il contesto concreto.
👩⚖️ Un avvocato esperto in diritto del lavoro e previdenziale può:
- analizzare l’atto di licenziamento;
- verificare la legittimità del diniego;
- contestare la decisione INPS in sede amministrativa o giudiziaria.
🔍 L’indennità di disoccupazione spetta in caso di dimissioni?
Una delle domande più frequenti – e anche una delle più delicate – riguarda il rapporto tra dimissioni volontarie e diritto alla NASpI. Molti lavoratori rinunciano a presentare domanda di indennità di disoccupazione perché convinti, spesso a torto, che le dimissioni escludano sempre qualsiasi tutela.
Dal punto di vista giuridico, la risposta corretta è: dipende dal motivo delle dimissioni.
Regola generale: le dimissioni volontarie escludono la NASpI
In via ordinaria, quando il lavoratore si dimette per scelta personale, senza che vi sia un comportamento grave del datore di lavoro, la NASpI non spetta, poiché viene meno il requisito della disoccupazione involontaria.
È su questa regola generale che l’INPS fonda molti dinieghi automatici, spesso senza valutare le circostanze concrete che hanno portato il lavoratore a dimettersi.
L’eccezione fondamentale: dimissioni per giusta causa
Le dimissioni per giusta causa, previste dall’art. 2119 c.c., rappresentano una deroga centrale alla regola generale. In questi casi, la cessazione del rapporto è considerata imposta dalle condizioni lavorative, e quindi equiparata a una perdita involontaria del lavoro.
Rientrano tra le ipotesi più frequenti di giusta causa:
- mancato o reiterato ritardo nel pagamento dello stipendio;
- demansionamento grave e sistematico;
- mobbing, straining o vessazioni sul luogo di lavoro;
- molestie o comportamenti discriminatori;
- violazioni delle norme sulla sicurezza;
- trasferimento illegittimo o peggiorativo.
In tutte queste situazioni, la NASpI spetta, ma nella pratica l’INPS nega spesso l’indennità in prima battuta, costringendo il lavoratore a difendersi.
Il nodo probatorio: perché è fondamentale l’avvocato
Il problema principale non è la norma, ma la prova della giusta causa. L’INPS richiede documentazione, elementi oggettivi, riscontri che il lavoratore difficilmente riesce a organizzare da solo.
👩⚖️ Un avvocato esperto in diritto del lavoro e previdenziale:
- valuta se esistono i presupposti giuridici della giusta causa;
- ti guida nella raccolta delle prove (email, buste paga, testimonianze);
- imposta correttamente il ricorso amministrativo o giudiziario;
- evita errori formali che possono compromettere definitivamente il diritto alla NASpI.
💡 Esempio pratico: un lavoratore si dimette dopo quattro mesi di stipendi pagati in ritardo. L’INPS respinge la NASpI sostenendo che il ritardo non sarebbe “sufficientemente grave”. Con l’assistenza di un avvocato, il lavoratore dimostra la reiterazione dell’inadempimento e ottiene la NASpI tramite ricorso.
🧭 L’indennità di disoccupazione spetta alla fine di un contratto a termine?
La scadenza di un contratto a tempo determinato è una delle ipotesi più comuni di accesso alla NASpI, ma anche in questo caso non mancano criticità e contenziosi con l’INPS.
Regola generale: la NASpI spetta alla scadenza del contratto
Quando un contratto a termine giunge alla sua naturale conclusione:
- il rapporto di lavoro si interrompe per causa non imputabile al lavoratore;
- la cessazione è considerata involontaria;
- la NASpI spetta pienamente, se sussistono i requisiti contributivi.
Questo vale anche per:
- contratti di somministrazione;
- contratti stagionali;
- contratti a termine reiterati nel tempo.
Quando l’INPS contesta il diritto alla NASpI
I problemi sorgono soprattutto quando:
- il lavoratore rifiuta una proroga o un rinnovo;
- l’INPS ritiene che il rifiuto equivalga a dimissioni;
- il datore di lavoro segnala una “mancata disponibilità”.
La giurisprudenza è chiara nel ritenere che il rifiuto di un rinnovo non equivale a dimissioni, ma nella prassi l’INPS adotta spesso interpretazioni penalizzanti.
Contratti a termine irregolari e tutela rafforzata
In molti casi, il contratto a termine è:
- utilizzato in modo abusivo;
- privo di causale;
- reiterato oltre i limiti di legge.
👩⚖️ Un avvocato esperto in diritto del lavoro e previdenziale può:
- valutare la legittimità del contratto;
- verificare se sussistono i presupposti per la conversione a tempo indeterminato;
- rafforzare la posizione del lavoratore anche ai fini NASpI.
💡 Esempio pratico: una lavoratrice stagionale vede respinta la NASpI perché avrebbe “rifiutato il rinnovo”. L’avvocato dimostra che il rinnovo non era obbligatorio né equivalente a un’offerta congrua. La NASpI viene riconosciuta.
⚠️ In quali casi viene tolta o sospesa la NASpI
Molti lavoratori scoprono che la NASpI non viene solo negata, ma può anche essere revocata o sospesa dopo mesi di erogazione, con conseguenze economiche molto pesanti.
Sospensione della NASpI: quando e perché avviene
La NASpI può essere temporaneamente sospesa in caso di:
- nuovo lavoro subordinato di durata inferiore a sei mesi;
- attività autonoma entro determinati limiti di reddito;
- mancata comunicazione tempestiva all’INPS.
In questi casi, la sospensione non comporta la perdita definitiva del diritto, ma spesso l’INPS procede in modo automatico, senza distinguere tra irregolarità formali e sostanziali.
Revoca e decadenza: i casi più gravi
La NASpI può essere revocata o decaduta quando il lavoratore:
- omette comunicazioni obbligatorie;
- supera i limiti di reddito;
- rifiuta offerte di lavoro considerate “congrue”;
- non partecipa alle politiche attive;
- fornisce informazioni ritenute non veritiere.
Molte di queste valutazioni sono discrezionali e quindi contestabili.
Il problema delle richieste di restituzione
Spesso alla revoca segue la richiesta di restituzione delle somme già percepite, anche per importi molto elevati. L’INPS invoca l’indebito ex art. 2033 c.c., ma:
- non sempre il lavoratore è in mala fede;
- non sempre l’errore è imputabile al percettore;
- non sempre la richiesta è legittima.
👩⚖️ Un avvocato esperto in diritto del lavoro e previdenziale può:
- valutare la legittimità della revoca;
- opporsi alla richiesta di restituzione;
- far valere la buona fede del lavoratore.
💡 Esempio pratico: un lavoratore avvia una piccola attività autonoma e comunica il reddito con lieve ritardo. L’INPS revoca la NASpI e chiede indietro 8.000 euro. Il giudice, su ricorso dell’avvocato, annulla la richiesta per sproporzione e buona fede.
💸 Quando l’INPS può richiedere indietro le somme versate per la NASpI
La richiesta di restituzione delle somme NASpI già percepite è uno degli eventi più destabilizzanti per il lavoratore. Spesso arriva a distanza di anni, con importi elevati e scadenze stringenti.
Il fondamento giuridico: l’indebito ex art. 2033 c.c.
L’INPS basa le proprie richieste sull’indebito oggettivo, previsto dall’art. 2033 del Codice Civile, secondo cui chi riceve un pagamento non dovuto deve restituirlo. Tuttavia, questo principio non si applica in modo automatico alle prestazioni previdenziali.
Errore dell’INPS e buona fede del lavoratore
La giurisprudenza ha chiarito che:
- se l’indebito deriva da un errore dell’INPS;
- se il lavoratore ha percepito le somme in buona fede;
- se ha confidato legittimamente nella correttezza dell’erogazione,
la richiesta di restituzione può essere limitata o addirittura esclusa. Molti lavoratori non sanno che non tutte le richieste INPS sono legittime, e pagano senza contestare, perdendo un’importante tutela.
Quando la restituzione è davvero dovuta
La restituzione è più probabile quando:
- il lavoratore ha omesso volontariamente comunicazioni rilevanti;
- ha dichiarato il falso;
- ha svolto attività lavorativa non compatibile con la NASpI.
Anche in questi casi, però, è fondamentale valutare proporzionalità, dolo e colpa, aspetti che solo una consulenza legale può chiarire.
💡 Esempio pratico: un lavoratore riceve una richiesta di restituzione di 12.000 euro per presunto lavoro autonomo non dichiarato. L’avvocato dimostra che il reddito era sotto soglia e correttamente comunicato. La richiesta viene annullata.
⚖️ Come agire in caso di controversie contro l’INPS per la NASpI
Affrontare una controversia con l’INPS senza una strategia chiara espone il lavoratore a errori procedurali e perdite economiche irreversibili.
Fase amministrativa: riesame e ricorso INPS
Il primo livello di tutela è la fase amministrativa, che comprende:
- richiesta di riesame del provvedimento;
- ricorso amministrativo;
- integrazione documentale.
Questa fase è spesso sottovalutata, ma è cruciale: un ricorso ben argomentato può risolvere la controversia senza arrivare in tribunale.
👩⚖️ Un avvocato esperto in diritto del lavoro e previdenziale imposta il ricorso in modo:
- giuridicamente fondato;
- coerente con la giurisprudenza;
- strategico in vista di un eventuale giudizio.
Fase giudiziaria: il ricorso al Tribunale del lavoro
Se l’INPS conferma il diniego o la revoca, il lavoratore può agire davanti al Giudice del lavoro, che è competente in materia di prestazioni previdenziali.
In questa fase, l’assistenza legale è essenziale per:
- redigere il ricorso giudiziale;
- articolare le prove;
- contrastare le difese dell’INPS;
- ottenere il riconoscimento della NASpI o l’annullamento della restituzione.
Tempi, costi e probabilità di successo
Una consulenza legale preventiva consente di:
- valutare la convenienza dell’azione;
- stimare tempi e costi;
- evitare cause inutili o mal impostate.
🧾 NASpI e Codice Civile: il fondamento giuridico dei diritti del lavoratore
Sebbene la NASpI sia regolata da norme di diritto previdenziale, il Codice Civile rappresenta il vero “scheletro giuridico” su cui poggiano molte controversie tra lavoratori e INPS. Questo aspetto è spesso ignorato dal lavoratore, ma ben noto agli avvocati specializzati.
L’INPS, infatti, tende a valutare i casi attraverso procedure standardizzate e automatismi amministrativi, mentre il Codice Civile consente una lettura sostanziale del rapporto di lavoro, più aderente alla realtà concreta.
Art. 2094 c.c. – Subordinazione e diritto alla NASpI
L’art. 2094 c.c. definisce il lavoratore subordinato come colui che presta attività:
“alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore”.
Questo articolo è centrale quando l’INPS nega la NASpI sostenendo che:
- il rapporto fosse autonomo;
- si trattasse di collaborazione occasionale;
- il lavoratore non rientrasse tra i soggetti assicurati.
In realtà, ciò che conta non è il nome del contratto, ma la modalità concreta di svolgimento della prestazione:
- orari imposti;
- controllo del datore;
- inserimento nell’organizzazione aziendale;
- assenza di autonomia reale.
👩⚖️Un avvocato esperto in diritto del lavoro e previdenziale utilizza l’art. 2094 c.c. per dimostrare la subordinazione e ottenere il riconoscimento della NASpI anche in casi complessi.
🔑 Strategie preventive NASpI: la consulenza legale prima che nasca il problema
La maggior parte dei contenziosi NASpI nasce prima ancora della domanda, per scelte fatte senza consapevolezza giuridica.
Cosa può fare un avvocato prima della domanda NASpI
Una consulenza preventiva consente di:
- valutare se le dimissioni sono giuridicamente tutelate;
- scegliere il momento corretto della cessazione;
- verificare compatibilità con altri redditi;
- evitare revoche e restituzioni future.
👉 Questo approccio riduce drasticamente il rischio di contenzioso.
Perché la prevenzione conviene anche economicamente
Una breve consulenza:
- può evitare anni di cause;
- può salvare migliaia di euro;
- può garantire serenità in una fase delicata.
❓FAQ – Domande frequenti su indennità di disoccupazione, INPS e tutela legale
Si ha diritto alla NASpI quando si perde il lavoro in modo involontario e si possiedono i requisiti contributivi previsti dalla legge. In concreto, la NASpI spetta se:
1) il rapporto di lavoro termina per licenziamento, scadenza di contratto a termine o dimissioni per giusta causa;
2) risultano almeno 13 settimane di contributi nei quattro anni precedenti;
3) il lavoratore è immediatamente disponibile a lavorare.
Molti dinieghi NASpI derivano da una errata qualificazione della cessazione del rapporto, motivo per cui una consulenza con un avvocato esperto in diritto del lavoro è spesso decisiva.
Hanno diritto alla NASpI i lavoratori subordinati che perdono involontariamente il lavoro, mentre sono esclusi i lavoratori autonomi e i dipendenti pubblici a tempo indeterminato.
⚠️ Attenzione: molti rapporti formalmente autonomi sono in realtà subordinati. In questi casi l’INPS può sbagliare, e l’avvocato può riqualificare il rapporto ai sensi dell’art. 2094 c.c.
In generale no, ma la NASpI spetta in caso di dimissioni per giusta causa. L’INPS spesso nega automaticamente la NASpI, ma il diniego è frequentemente illegittimo.
Sì, la NASpI spetta anche in caso di licenziamento disciplinare. Contrariamente a quanto molti credono, il licenziamento per giusta causa e il licenziamento per giustificato motivo soggettivo, non escludono la NASpI, perché la cessazione è comunque involontaria. Se l’INPS nega l’indennità per questo motivo, il provvedimento è spesso impugnabile.
Sì, la NASpI spetta alla naturale scadenza di un contratto a tempo determinato. Questo vale anche se:
– il contratto non viene rinnovato;
– il lavoratore rifiuta una proroga;
– si tratta di lavoro stagionale o in somministrazione.
Il rifiuto di un rinnovo non equivale a dimissioni. Se l’INPS sostiene il contrario, è possibile contestare la decisione con l’assistenza di un avvocato.
La NASpI può essere sospesa o revocata se il lavoratore non rispetta determinati obblighi informativi o lavorativi. I casi più frequenti sono:
– nuovo lavoro non comunicato;
– superamento dei limiti di reddito;
– rifiuto di un’offerta di lavoro ritenuta congrua;
– mancata partecipazione alle politiche attive.
Sì, l’INPS può chiedere la restituzione della NASpI, ma solo se le somme sono state percepite indebitamente e non sempre in modo automatico. La richiesta si basa sull’art. 2033 c.c., ma:
1) se l’errore è dell’INPS;
2) se il lavoratore ha agito in buona fede;
3) se ha seguito le indicazioni ricevute;
la restituzione può essere ridotta o annullata, in base ai principi di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.).
Se l’INPS nega la NASpI, è possibile presentare un ricorso amministrativo e, se necessario, un ricorso al giudice del lavoro. I passaggi sono:
1) richiesta di riesame;
2) ricorso amministrativo;
3) ricorso giudiziario.
Un avvocato esperto in diritto del lavoro può:
– valutare la fondatezza del diniego;
– impostare correttamente il ricorso;
– aumentare le probabilità di successo.
Conviene rivolgersi a un avvocato esperto in diritto del lavoro appena sorgono dubbi sul diritto alla NASpI. In particolare se:
– la NASpI è stata negata o revocata;
– l’INPS chiede la restituzione delle somme;
– ti sei dimesso per giusta causa;
– il tuo contratto era atipico o irregolare.
Una consulenza tempestiva è spesso risolutiva e più economica di una causa tardiva.
Sì, ma solo entro certi limiti e con obbligo di comunicazione all’INPS. È possibile:
– svolgere lavoro subordinato di breve durata;
– avviare attività autonoma sotto determinate soglie di reddito.
Lavorare in nero mentre si percepisce la NASpI può comportare la revoca dell’indennità e la richiesta di restituzione delle somme, ma non ogni situazione è automaticamente illegittima. Dal punto di vista formale:
– il lavoro non dichiarato è incompatibile con la NASpI;
– l’INPS può revocare la prestazione e chiedere indietro i soldi.
Tuttavia, molti casi sono più complessi:
1) attività saltuarie e marginali;
2) prestazioni occasionali;
3) lavori svolti senza reale volontà del lavoratore;
4) errori di qualificazione da parte dell’INPS.
In sede legale, è possibile valutare:
a) l’elemento soggettivo (dolo o buona fede);
b) la continuità dell’attività;
c) la proporzionalità della sanzione.
Sì, è possibile aprire una partita IVA mentre si percepisce la NASpI, ma solo entro specifici limiti di reddito e con obbligo di comunicazione all’INPS. In particolare:
– il reddito annuo previsto non deve superare la soglia stabilita dalla normativa;
– è obbligatorio comunicare l’avvio dell’attività entro termini precisi;
– l’INPS può ridurre l’importo della NASpI, ma non sempre revocarla.
La malattia non fa perdere automaticamente la NASpI, ma può sospenderne temporaneamente l’erogazione. In particolare:
– la NASpI viene sospesa per il periodo di malattia;
– al termine, riprende per il periodo residuo;
– è necessario rispettare gli obblighi di comunicazione.
La maternità non fa perdere la NASpI, ma comporta la sospensione dell’indennità e il passaggio all’indennità di maternità. In sintesi:
1) la NASpI si sospende;
2) subentra l’indennità di maternità;
3) al termine, la NASpI riprende per il periodo residuo.
🤔 Ti è stata negata la NASpI o l’INPS ti ha chiesto di restituire somme percepite?
👨⚖️ Rivolgiti ad avvocati esperti in diritto del lavoro e previdenziale: analizzeranno il tuo caso, valuteranno la strategia migliore e ti aiuteranno a tutelare concretamente i tuoi diritti nei confronti dell’INPS.
